Solidarietà e carità cristiana non solo con i generi alimentari. Bisogna educare alla solidarietà di prossimità

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Assistiamo, nell’imminenza delle feste natalizie, a numerose raccolte e consegne di beni di prima necessità. Accade spesso, tuttavia, che per la grande quantità di cibo (pressoché tutto identico e ripetitivo) non possa essere adeguatamente consumato. E allora, bisogna educare anche alla solidarietà, perché alle famiglie che vivono in uno stato di difficoltà e di indigenza, che obiettivamente sono aumentate ma soprattutto si sono diversificate rispetto ai nuclei “poveri” già noti, servono anche altri servizi.

Bisogna sempre ringraziare la Provvidenza per il bene che permette quotidianamente di rendersi concreto. Ma, mi chiedo, perché la corsa al dono dei pacchi alimentari? Non possiamo fare dono solo di pasta, o pelati o tonno. Pensiamo alle famiglie con bambini: hanno diritto ad una dolcezza? Oppure, non c’è caffè, non c’è zucchero, non ci sono legumi, o del pane. Semplicemente del pane! Ma accanto a questo, mi preme condividere un’altra urgenza: la necessità di mettere in atto e pensare a un nuovo modo di servire i poveri e gli impoveriti: la carità e la solidarietà di prossimità, di condomino, di vicinato. Una carità/solidarietà che prende in carico le persone e le rende libere. In una comunità di credenti e in una società civile, in una comunità di gente che si conosce e si ama fraternamente, la povertà assoluta non dovrebbe esistere. Chi ha di più, l’eccedente lo condivide, lo mette in comune. Così nessuno è escluso e tutti possono vivere dignitosamente.

Delegare la carità non va bene, la salvezza dell’uomo sta nella “relazione”, nella prossimità accogliente, nella condivisione del pane e dei beni. La carità (anche materiale) non si può delegare, altrimenti diventa erogazione di un servizio. La carità è qualcosa di più del welfare: implica una relazione d’amore e di cura dell’altro. Oggi spesso si delega la carità alla Chiesa, alle associazioni preposte, alle onlus. Basta un’offerta anonima per sentirsi a posto. Non si conosce il destinatario, si bypassa la relazione fraterna. E dunque parlare di poveri, di primato della povertà, di fraternità per la realizzazione del regno, è diventato un esercizio retorico. Ognuno ha necessità e sentimenti diversi che vanno rispettati. E per questo l’aiuto non può che essere dato secondo le necessità, con l’attenzione e la delicatezza del caso con una valutazione dei bisogni: manca il pane? manca la casa? manca il libro? manca la macchina necessaria per il lavoro? mancano le medicine? Manca una brioscina per il bambino? Un bambino non ha piena consapevolezza di quanto stiamo vivendo e i capricci sono legittimi.

Quello che davvero manca sono i servizi per aiutare le famiglie, serve il lavoro per affrancarsi da uno stato di povertà e dipendenza: bisogna invece aiutarle nella conquista della propria autonomia, libertà e indipendenza. Le lunghe file di poveri (come in tutte le comunità parrocchiali e in tutte le mense d’Italia) che chiedono cibo, accesso ai servizi per l’igiene personale e per le cure mediche, per avere lavoro o solo il conforto dell’ascolto e di una parola di speranza sono crudi testimoni di una povertà che va combattuta. La vergogna, l’imbarazzo, gli occhi bassi non si possono eliminare con un pacco viveri. La dignità è sacra e come tale va trattata e rispettata.

La solidarietà, inseparabile dalla giustizia e dalla verità, comporta decisioni, scelte, azioni che vanno nella direzione della necessaria e indispensabile equa distribuzione dei beni.

 

don Geremia Acri

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